Virgilio, Eneide, libro IV

maggio 16, 2009 § 6 commenti

Il libro IV è dedicato totalmente all’amore dell’infelice Didone per Enea. Amore come furor, al quale si contrappone la pietas di Enea, che accetta il destino che gli dei hanno voluto per lui e abbandona al suo tragico destino la donna che lo ama.

[Leggi una bella introduzione al canto]

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L’ospitalità che si deve ai profughi: Virgilio, Eneide I 520-574

maggio 15, 2009 § Lascia un commento

Enea, che la madre Venere ha reso invisibile, può assistere all’incontro della delegazione dei naufraghi Troiani con la regina Didone, che guida un popolo di profughi che stanno costruendo Cartagine, per ricostruire la propria patria. « Leggi il seguito di questo articolo »

Virgilio, Eneide I 291-296

maggio 15, 2009 § Lascia un commento

Venere chiede chiarimenti al padre Giove sul destino di Enea. Al termine del discroso di Giove, che fa una rassegna di quella che sarà la storia di Roma nei secoli, troviamo questa esaltazione del secolo augusteo, soprattutto della pace da lui instaurata.

Allora, cessate le guerre, il secolo feroce
mite diventerà; Vesta, la Fede canuta,
Quirino e il fratello Remo daranno pacifiche leggi;
le porte della Guerra saranno chiuse col ferro
e con stretti legami; là dentro l’empio Furore
seduto su un mucchio d’armi, le mani dietro la schiena
legate con ceppi di bronzo, fremerà d’ira impotente
digrignando terribile la bocca sanguinosa.

Virgilio, Eneide, I 1-33

maggio 15, 2009 § Lascia un commento

Canto le armi, canto l’uomo che primo da Troia
venne in Italia, profugo per volere del Fato
sui lidi di Lavinio. A lungo travagliato
e per terra e per mare dalla potenza divina
a causa dell’ira tenace della crudele Giunone,
molto soffrì anche in guerra: finché fondò una città
e stabilì nel Lazio i Penati di Troia,
origine gloriosa della razza latina
e albana, e delle mura di Roma, la superba.
Musa, ricordami tu le ragioni di tanto
doloroso penare: ricordami l’offesa
e il rancore per cui la regina del cielo
costrinse un uomo famoso per la propria pietà
a soffrire così, ad affrontare tali
fatiche. Di tanta ira son capaci i Celesti?
Vi fu un’antica città, abitata dai Tiri,
che fronteggiava l’Italia e le foci del Tevere
da lontano: Cartagine, ricchissima di mezzi
e terribile in armi. Si dice che Giunone
la preferisse a ogni terra, persino alla stessa Samo,
e vi tenesse le armi e il carro. Già da allora
la Dea si adoperava con ogni sforzo a ottenerle,
se mai lo consentano i Fati, l’impero del mondo.
Ma aveva saputo che dal sangue troiano
sarebbe nata una stirpe destinata ad abbattere
le rocche di Cartagine; che un popolo dal vasto
dominio e forte in guerra sarebbe venuto a distruggere
la Libia: tale sorte filavano le Parche.
Temendo l’avvenire e memore della guerra
che aveva combattuto un tempo sotto Troia
per i suoi cari Argivi, Giunone conservava
ancora vive nell’anima altre ragioni d’ira
e di fiero dolore: le restano confitti
nel profondo del cuore il giudizio di Paride,
l’onta della bellezza disprezzata, il rancore
per la razza troiana, gli onori ai quali è assurto
Ganimede. Infiammata da tanti oltraggi, la Dea
teneva lontani dal Lazio, sballottati sulle onde,
i Troiani scampati ai Greci ed al feroce
Achille: ed essi erravano sospinti dal destino
per ogni mare da molti e molti anni. Tanto
era arduo, terribile, fondare la gente romana!

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