Orazio, sat. I

maggio 15, 2009 § Lascia un commento

versi 69-70

…quid rides? mutato nomine de te
fabula narratur…

versi 106-107

est modus in rebus, sunt certi denique fines,
quos ultra citraque nequit consistere rectum.

Traduzione
Come mai, Mecenate,
nessuno, nessuno vive contento
della sorte che sceglie
o che il caso gli getta innanzi
e loda chi segue strade diverse?
‘Fortunati i mercanti’,
esclama il soldato oppresso dagli anni
e con le membra rotte da tanta fatica;
‘Meglio la vita militare’,
ribatte il mercante sulla nave in balia dei venti,
‘Che vuoi? si va all’assalto
e in breve volgere di tempo
ti rapisce la morte o
ti arride la vittoria.’ « Leggi il seguito di questo articolo »

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Orazio, la figura del padre

maggio 15, 2009 § Lascia un commento

Nei Sermones (Satire), Orazio più volte torna sulla figura del padre, al quale riconosce il merito di essere stato un ottimo educatore. A lui e alla educazione da lui impartita Orazio imputa il merito per essere diventato com’è: un uomo certo non perfetto, ma privo di difetti e vizi eccessivi, che vive onestamente e si fa amare dagli altri. « Leggi il seguito di questo articolo »

Orazio, l’orgoglio delle origini umili

maggio 15, 2009 § Lascia un commento

Dai Sermones (Satire), libro I, 6 (vv. 45-64):

Ora torno a me, nato da padre liberto,
che tutti denigrano appunto
come chi è nato da padre liberto,
oggi perché vivo al tuo fianco, Mecenate,
un tempo perché ho avuto, come tribuno,
una legione romana ai miei ordini.
Ma son cose diverse:
se a ragione il primo venuto
potrebbe invidiarmi la carica,
la tua amicizia no,
proprio perché
sei cosí guardingo nell’accordarla
soltanto a chi la merita
e non intriga per sollecitarla.
Se posso dirmi fortunato,
non è perché ti ho avuto in sorte come amico;
non fu certo un caso che io ti incontrassi:
un giorno il mio buon Virgilio e poi Vario
ti dissero ch’io fossi.
Ma in tua presenza,
balbettando a stento qualche parola
(un pudore infantile
m’impediva d’esprimere lunghi discorsi),
io non mi vanto d’essere nato da padre illustre,
né di vagare per le mie campagne
su cavalli di Taranto:
ti dico semplicemente chi sono.
Come è tuo costume, mi rispondi poche parole;
io me ne vado;
e solo dopo nove mesi mi richiami,
invitandomi a far parte dei tuoi amici.
Lo reputo un onore esser piaciuto a te,
che sai distinguere l’onesto dall’indegno,
non per nobiltà di natali,
ma per purezza di vita e di cuore.

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