Lucrezio, III 830-851: nulla è la morte per noi

maggio 15, 2009 § Lascia un commento

Nulla dunque la morte è per noi, né ci riguarda punto,
dal momento che la natura dell’animo è conosciuta mortale.
E come nel tempo passato non sentimmo alcuna afflizione,
mentre i Cartaginesi da ogni parte venivano a combattere,
quando il mondo, scosso dal trepido tumulto della guerra,
tremò tutto d’orrore sotto le alte volte dell’etere,
e fu dubbio sotto il regno di quale dei due popoli
dovessero cadere tutti gli uomini sulla terra e sul mare,
così quando noi non saremo più, quando sarà avvenuto il distacco
del corpo e dell’anima, che uniti compongono il nostro essere,
certo a noi, che allora non saremo più, non potrà affatto
accadere alcunché, nulla potrà colpire i nostri sensi,
neppure se la terra si confonderà col mare e il mare col cielo.
E anche se supponiamo che, dopo il distacco dal nostro corpo,
la natura dell’animo e il potere dell’anima serbano il senso,
questo tuttavia non importa a noi, che dall’unione e dal connubio
del corpo e dell’anima siamo costituiti e unitamente composti.
E quand’anche il tempo raccogliesse la nostra materia
dopo la morte e di nuovo la disponesse nell’assetto
in cui si trova ora e a noi fosse ridata la luce della vita,
tuttavia neppure questo evento ci riguarderebbe minimamente,
una volta che fosse interrotta la continuità della nostra coscienza.

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Lucrezio, I 62-69: l’elogio di Epicuro

maggio 15, 2009 § Lascia un commento

Quando la vita umana giaceva turpemente davanti agli occhi
sulla terra schiacciata sotto la pesante religione
che protendeva il capo dalle regioni del cielo
incombendo sui mortali con aspetto orribile,
per primo un uomo greco osò alzare contro
gli occhi mortali e per primo opporsi contro,
e non lo frenò la fama degli dei nè i fulmini
nè il cielo con il mormorio minacciante, ma questo
stimolò di più l’ardente virtù dello spirito, desiderando per primo
di infrangere gli stretti serrami delle porte della natura.
Quindi prevalse la vivace forza dell’animo, e avanzò a lungo
oltre le mura infiammate dell’universo
e percorse con la ragione e l’animo l’immenso universo,
da cui, vittorioso, riporta a noi cosa possa nascere,
cosa non possa, infine per quale ragione ogni cosa abbia
una legge definita e un limite profondamente fisso.
Perciò la religione messa sotto i piedi a sua volta
viene calpestata, la vittoria ci uguaglia al cielo.

Lucrezio, I 921 sgg.: il miele e l’assenzio

maggio 15, 2009 § Lascia un commento

E ora, suvvia, apprendi ciò che resta e ascolta più chiaro canto.
Né sfugge al mio pensiero quanto queste cose siano oscure;
ma una grande speranza di gloria ha trafitto il mio cuore
con tirso penetrante e insieme mi ha infuso nel petto un dolce
amore delle Muse, dal quale ora incitato con mente vivida
percorro remote regioni delle Pieridi, ove nessuno prima
impresse orma. Godo ad appressarmi alle fonti intatte
e bere, e godo a cogliere nuovi fiori
e comporre per il mio capo una corona gloriosa,
di cui prima a nessuno le Muse abbiano velato le tempie;
anzitutto perché grandi cose io insegno, e cerco
di sciogliere l’animo dagli stretti nodi della superstizione;
poi perché su oscura materia compongo versi tanto luminosi,
tutto cospargendo col fascino delle Muse.
Infatti anche questo appare non privo di ragione;
ma, come i medici, quando cercano di dare ai fanciulli
il ripugnante assenzio, prima gli orli, tutt’attorno al bicchiere,
cospargono col dolce e biondo liquore del miele,
perché nell’imprevidenza della loro età i fanciulli siano ingannati,
non oltre le labbra, e intanto bevano interamente l’amara
bevanda dell’assenzio e dall’inganno non ricevano danno,
ma al contrario in tal modo risanati riacquistino vigore;
così io ora, poiché questa dottrina per lo più pare
troppo ostica a coloro che non l’hanno coltivata,
e il volgo rifugge lontano da essa, ho voluto esporti
la nostra dottrina col canto delle Pieridi che suona soave,
e quasi cospargerla col dolce miele delle Muse,
per provare se per caso potessi in tal modo tenere
avvinto il tuo animo ai miei versi, finché penetri tutta
la natura, in quale forma sia disposta e ornata.

Lucrezio, la dedica a Memmio

maggio 15, 2009 § Lascia un commento

Fra i motivi che avranno spinto Lucrezio a rivolgersi a Memmio, c’è la sua appartenenza a una determinata classe sociale e a un clima culturale; quindi Memmio può rappresentare il lettore ideale di un’opera difficile, che affronta, con uno stile decisamente alto, la filosofia epicurea. « Leggi il seguito di questo articolo »

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