Virgilio, Eneide, libro IV

maggio 16, 2009 § 6 commenti

Il libro IV è dedicato totalmente all’amore dell’infelice Didone per Enea. Amore come furor, al quale si contrappone la pietas di Enea, che accetta il destino che gli dei hanno voluto per lui e abbandona al suo tragico destino la donna che lo ama.

[Leggi una bella introduzione al canto]

Così si apre il IV libro, dopo che nei due precedenti Enea ha raccontato, su invito di Didone, le sue peripezie, dalla guerra di Troia alla fuga e alle avventure sofferte nei precedenti 7 anni. E mentre Enea racconta, si accende la passione della regina, stimolata anche da Cupido, che si è celato sotto le apparenze del piccolo Ascanio, figlio del capo troiano.

Intanto la regina già da tempo piagata
da profonda passione, nutre nelle sue vene
la ferita e si strugge di una fiamma segreta.
Le ritorna alla mente lo splendido valore
dell’eroe e la sublime gloria della sua stirpe;
porta confitti in cuore le sue parole e il suo volto,
e non trova riposo, quel fuoco non le dà pace.

L’amore è descritto da metafore di fuoco, che divora la regina e non le dà via di scampo. Allora, per trovare conforto, la donna, “fuori di sé” (e si notino i continui riferimenti al furor)  si rivolge alla sorella Anna:

Il giorno seguente l’Aurora illuminava la terra
con la luce del sole, e aveva cacciato dal cielo
già tutta l’umida ombra, quando Didone
fuori di sé si rivolge alla fedele sorella:
“Anna, sorella mia, che sogni mi spaventano
e mi tengono in ansia! Non ho mai visto un uomo
come l’ospite nostro! Così nobile d’aspetto,
d’animo valoroso e forte nelle armi!
Credo proprio (ed è vero!) che sia di stirpe divina,
poiché la viltà rivela le anime degeneri.
Ahi, da quale destino è stato travagliato,
come ieri diceva! Che guerre ha sostenuto!
Se non avessi deciso irrevocabilmente
di non voler più sposarmi con nessuno
dopo che il primo amore se l’è preso la morte
e mi ha lasciata così, delusa, piena d’odio
per le faci nuziali ed il talamo, forse
avrei potuto cedere unicamente a lui.
Anna, te lo confesso, dopo la morte del povero
mio marito Sicheo, dopo il delitto fraterno
che ha macchiato di sangue la casa familiare,
questi è il solo che m’abbia colpito i sensi, il solo
che m’abbia folgorato l’anima, così da farla
vacillare: conosco i segni dell’antica fiamma!
Ma la terra profonda s’apra sotto i miei piedi
o il Padre onnipotente mi fulmini nell’ombra,
tra le pallide Ombre dell’Inferno e la notte,
prima che io possa offenderti, sacro Pudore, e violare
le tue leggi. Colui che per primo mi unì
al suo destino d’uomo s’è preso tutto il mio amore,
ora lo tenga per sé, lo serbi nel sepolcro.”
Scoppiò in pianto e le lagrime le corsero giù per il petto.

Didone vuole resistere a quest’amore che sente crescere in lei perché vuole rimanere fedele alla memoria del defunto marito Sicheo. Ma, appunto, l’amore-fuoco è inarrestabile.

[L’espressione del verso 23 “Adgnosco veteris vestigia flammae” sarà tradotto e citato da Dante nel canto XXX del Pugatorio, quando rivede Beatrice in veste di beata (vv. 40-48):

Tosto che nella vista mi percosse
l’alta virtú che già m’avea trafitto
prima ch’io fuor di puerizia fosse,
volsimi alla sinistra col rispitto
col quale il fantolin corre alla mamma
quando ha paura o quando elli è afflitto,
per dicere a Virgilio: «Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni dell’antica fiamma»

Ma Virgilio, la sua guida, si è dileguato, e lascia Dante di fronte alla donna-salvatrice.]

La risposta della sorella Anna è improntata al più sano epicureismo (chissà, forse sotto le sue spoglie femminili Virgilio ha voluto ritrarre il suo caro amico Orazio!):

Anna risponde: “Sorella più cara della luce,
trascorrerai la giovinezza sempre sola e dolente
senza la dolcezza dei figli né le gioie di Venere?
Credi che questo importi alla cenere e all’Ombra
di chi è morto e sepolto? Stammi a sentire. Capisco
che non t’abbia piegato il cuore doloroso
nessun pretendente di Libia e neppure di Tiro;
capisco che tu abbia spregiato Jarba e i re
di questo paese africano ricco di tanti trionfi;
ma perché vuoi respingere anche un amore vero?
Non ti ricordi in che terra ti trovi, in mezzo a che genti?
Di qua ti circondano i popoli di Getulia,
razza imbattibile in guerra, i Numidi senza freno
e l’inospite Sirte; di là una regione deserta,
arsa di sete, e i Barcei che dilagano in furia.
cosa devo dire delle prossime guerre
con Tiro e delle minacce di nostro fratello?
Credo davvero che le lunghe navi di Troia
siano corse fin qui sotto i soffi del vento
con gli auspici divini e il favor di Giunone.
Che gran città vedrai sorgere, o sorella, che regni,
da un tale matrimonio! Con le armi dei Teucri
a fianco, in quante imprese si leverà la gloria
dei Punici! Tu implora la grazia degli Dei,
questo soltanto, e una volta compiuti i riti abbi cura
dell’ospite, trova pretesti perché si trattenga a lungo,
finché sul mare infuria l’inverno e il piovoso Orione,
finché le navi son guaste e intrattabile il cielo.”

Le parole di Anna sono molto efficaci. Infatti Didone si dà subito da fare con riti e sacrifici agli dei per propiziare quest’amore:

Con queste parole le accese l’anima d’amore bruciante,
diede speranza al cuore dubbioso e vinse il pudore.
Subito vanno ai templi e chiedono la grazia
davanti a tutti gli altari; immolano, come è d’uso,
pecore scelte a Cerere legislatrice, a Febo,
al padre Lieo e soprattutto a Giunone, patrona
dei nodi coniugali. La bella Didone
versa lei stessa la tazza, tenendola con la destra,
tra le corna lunate di una bianca giovenca;
e davanti alle immagini divine a passi solenni
cammina verso gli altari coperti di offerte.
Comincia la sua giornata con sacrifici e preghiere
e, in cerca d’un buon augurio, chinandosi sul fianco squarciato
delle bestie ne consulta le viscere
palpitanti, profetiche. ……………………………………

Ma a che serve tutto ciò? Cosa può giovare a un amore che brucia come il fuoco?

…………………………….. O menti ignare dei vati!
che servono preci e templi a una donna in delirio?
La fiamma le divora le tenere midolla
e sotto il petto vive una muta ferita.
L’infelice Didone arde ed erra furiosa
per tutta la città, come una cerva incauta
che – dopo averla inseguita con le frecce – un pastore
tra le selve di Creta di lontano ha ferito
con un’acuta saetta, lasciando senza saperlo
confitto nel suo fianco il ferro alato: lei
corre in fuga, affannata, per le foreste e le balze
dittèe, recando inflitta nel fianco la canna mortale.

Didone è folle d’amore, con ogni aggettivo che le si riferisce, con ogni similitudine o metafora Virgilio ce lo ricorda! Tutto quello che fa, lo fa “follemente”, e si strugge di non potere dichiarare questo suo amore, che trova un po’ di sollievo in compagnia del piccolo figlio di Enea, Ascanio, che tanto somiglia al padre (ma attenzione: sotto il suo aspetto, ricordiamocelo, si nasconde Cupido!):

Ora conduce con sé Enea in mezzo alle mura
facendogli ammirare le ricchezze sidonie
e la città già pronta: ora comincia a parlare
e le manca la voce, si ferma a mezzo il discorso.
Caduto il giorno chiede sempre lo stesso banchetto,
follemente domanda sempre di udire lo stesso
racconto, e pende sempre dalle labbra di lui.
Poi quando si son separati e persino la luna
s’oscura, attenua il suo lume, e le stelle tramontano
ed invitano al sonno, nelle sue vuote stanze
si strugge, sola, e si getta sul giaciglio che Enea
occupava durante la cena e ha lasciato: è lontana
da lui, eppure negli occhi ne ha sempre l’immagine,
la voce di lui lontano ha sempre nelle orecchie.
Ed a volte, incantata dalla sua somiglianza
col padre, tiene in grembo Ascanio e cerca di illudere
l’indicibile amore…………………………………

Questo stato di folle eccitazione porta la regina a dimenticare i suoi compiti, diciamo così, istituzionali, e anche la costruzione della città che sarà Cartagine ne risente:

………………………..Nella città le torri
incominciate rimangono a mezzo, la gioventù
non si esercita più nelle armi, non manda
avanti la costruzione del porto e delle difese
di guerra: ed interrotte rimangono le opere,
gran muri minacciosi, palchi che toccano il cielo.

E allora Giunone, che, ricordiamocelo, è adirata con Enea e ha cara la costruenda Cartagine, decide di affrontare la madre del capo troiano, Venere, per cercare una “tregua” che soddisfi entrambe le contendenti:

Quando la vide in preda a una passione tale
che non poteva frenarla nemmeno il timore di scandali,
Giunone Saturnia, cara moglie di Giove, aggredì
Venere in questo modo: “Tu e tuo figlio davvero
avete avuto una bella vittoria e gloriosi trofei!
È proprio un bel vanto per voi che una povera donna
sia vinta dall’inganno di due Numi potenti.
Certo, capisco bene che tu avevi paura
delle mie mura e tenevi in sospetto le case
dell’alta Cartagine. Ma dimmi, quali saranno
i termini ed il fine della nostra contesa?
Concludiamo piuttosto una pace durevole
con un bel matrimonio. Tu hai tutto ciò che hai voluto:
Didone brucia d’amore fino in fondo alle ossa.
Regniamo allora in comune sopra uno stesso popolo;
Didone serva e s’inchini ad un marito frigio
e ti consegni in dote il popolo di Tiro.”

Insomma, Giunone propone a Venere di unire il destino dei Cartaginesi con gli esuli Troiani. Venere comprende ovviamente le intenzioni nascoste di Giunone, che vuole a tutti i costi impedire che Enea giunga sulle coste dell’Italia, per fondare una nuova patria che darà poi l’avvio alla stirpe della città destinata a sconfiggere Cartagine. E risponde con altrettanta scaltrezza, dichiarando di dubitare che Giove, il marito di Giunone, accetti che il destino da lui stabilito per Enea venga mutato:

Venere le rispose (poiché aveva capito
quale fosse lo scopo di Giunone, sottrarre
all’Italia l’impero per donarlo alla Libia):
“Chi sarà così folle da rifiutare un accordo
e preferire di scendere in guerra con te,
posto che ciò che chiedi possa avere fortuna?
Ma sono incerta dei Fati, non sono sicura che Giove
consenta che Tiri e Troiani abbiano una sola città,
approvi che i due popoli stringano patti tra loro
e si mescolino. Tu sei sua moglie, a te sola
è lecito tentarne l’animo con preghiere.
Va’ avanti, ti seguirò.” …………………….

Giunone promette di parlarne al marito Giove; e intanto propone uno stratagemma per permettere a Enea e Didone di incontrarsi da soli e realizzare finalmente l’amore:

………………………….Allora Giunone regina:
“Sarà affar mio – disse. – Ascolta, ti spiegherò
in breve come si possa fare quel che ci preme.
Enea con l’infelice Didone si prepara
a andare a caccia nei boschi, domani, non appena
il sole si alzerà rivelando il mondo coi raggi.
Io, mentre i battitori s’affanneranno a distendere
reti sui passi montani, rovescerò dall’alto
un nembo nero di grandine, rintronerò il cielo di tuoni.
Si sperderanno i compagni coperti di opaca tenebra:
Didone e il capo troiano troveranno riparo
nella stessa caverna. Sarò presente, se tu
sei d’accordo; unirò Didone a lui con un nodo
stabile, la farò sua. E ci sarà Imeneo.”
Venere annuì senza opporsi e rise alla bella trovata.

Insomma, le due dee si accordano per scatenare una tempesta che spinga i due a trovare rifugio in una caverna, dove sarà consumato il loro amore.

Arriva il fatidico giorno della battuta di caccia [notate, nella scena seguente, una incongruenza, che denuncia il carattere di “non finito” del poema, che Virgilio non ha potuto rivedere per il sopraggiungere della sua morte: poco prima avevamo trovato Ascanio, figlio di Enea, piccolo, un bambino che Didone si prende sulle ginocchia e con il quale gioca; qui troviamo invece un giovanotto che cavalca con ardore e prende parte alla battuta di caccia!]:

Intanto l’Aurora sorgendo abbandonava il mare.
Una gioventù scelta, nato il sole, s’affretta
fuori città: hanno reti e grandi maglie, lacci
e larghi giavellotti; i cavalieri massili
galoppano tra le mute dei cani di fine odorato.
capi punici attendono la regina che indugia
nella sua stanza da letto: un cavallo fregiato
d’oro e porpora aspetta mordendo il freno spumoso.
Ma ecco che infine arriva, in mezzo a un folto corteo,
coperta da una clamide dall’orlo ricamato;
ha una faretra d’oro, ed una rete d’oro
sui capelli, una fibbia d’oro alla veste di porpora.
Al tempo stesso avanzano i Frigi e Iulo, felice;
bellissimo su tutti Enea s’offre di scorta
alla bianca Didone e unisce le due schiere.
Simile a Apollo, quando lascia la Licia invernale
ed il fluente Xanto, torna a vedere Delo
materna e dirige i cori; misti intorno agli altari
fremono i Driopi, i Cretesi, i dipinti Agatirsi;
lui va per i gioghi del Cinto e raccoglie i capelli
fluenti adornandoli di flessibile fronda
e incoronandoli d’oro; i dardi gli suonano in spalla.
Non meno pronto e animoso veniva Enea, tanta
bellezza gli splendeva sul nobilissimo volto.
Quando si giunse ai monti e ai covi inaccessibili,
ecco le capre selvagge saltando giù dalle rocce
attraversare di corsa le alture; laggiù i cervi
corrono per la campagna alzando nubi di polvere,
in schiere compatte, in fretta lasciano la montagna.
Ed il fanciullo Ascanio in mezzo alle valli
galoppa furiosamente col cuore pieno di gioia
oltrepassando in corsa gli animali sbrancati,
spera con tutta l’anima che tra l’imbelle armento
gli si pari davanti uno schiumante cinghiale
o che un fulvo leone discenda giù dai monti.

Ma ecco che giunge il temporale scatenato dall’accordo delle due dee:

Intanto con un gran murmure il cielo si turba,
e arriva subito un nembo di pioggia mista a grandine:
spaventati i Fenici, i giovani troiani
e il dardanio nipote di Venere qua e là
si disperdono in cerca d’asilo per i campi;
impetuosi torrenti precipitano dai monti.

Didone ed Enea trovano rifugio nella stessa grotta, e qui avviene l’incontro amoroso, tratteggiato in due castissimi versi, che descrivono “lampi nell’aria” e l’ululare delle Ninfe:

Didone e Enea riparano in una stessa grotta.
Per prima la Terra e Giunone pronuba danno il segnale:
rifulsero lampi nell’aria a festeggiare l’unione,
e sulle cime dei monti ulularono le Ninfe.

Certo è un giorno felice per Didone, che ormai non nasconde più a nessuno il suo amore; ma è anche l’inizio della sua fine:

Fu quello il primo giorno di morte, la causa prima
di tanti mali; Didone non pensa alle chiacchiere,
non pensa al suo decoro e non teme lo scandalo,
ormai non coltiva più un amore segreto,
lo chiama matrimonio, vela così la sua colpa.

E subito si spargono le dicerie, il pettegolezzo, che Virgilio allegorizza in un mirabile “mostro orrendo e informe”, dotato di ali per correre veloce, mille occhi e orecchie per carpire i segreti, mille bocche per diffondere verità e falsità mescolate assieme:

Subito corre per tutte le città della Libia
la rapida Fama, il malanno più veloce che esista.
Vive di mobilità, acquista forze andando;
piccolissima prima, timorosa, ben presto
si leva alta nell’aria, tocca terra coi piedi
e col capo le nuvole. Si dice che la madre
Terra abbia partorito questa sua ultima figlia,
sorella di Encelado e Ceo, per rabbia contro gli Dei.
È un mostro orribile, immenso, rapido d’ali e di piedi,
coperto di penne; sotto ogni penna c’è un occhio
che vigila, una lingua, una bocca sonora
e un orecchio rizzato. La notte vola a metà
tra cielo e terra, stridendo nell’ombra, non chiude
gli occhi nel dolce sonno; il giorno sta di vedetta
sul culmine dei tetti o in cima alle alti torri,
spaventa le grandi città, nunzia del vero e del falso.
La Fama gongolando riempiva la gente di chiacchiere
dicendo il vero e il falso: raccontava che Enea
nato di sangue troiano era venuto a Cartagine,
che la bella Didone s’era degnata di unirsi
con lui, e che passavano l’inverno nei piaceri
l’uno attaccato all’altra, immemori dei loro regni,
presi da turpe passione. La terribile Dea
diffonde simili storie qua e là per le bocche degli uomini.
Poi subito volge la sua corsa al re Jarba,
infiammandone l’anima e aizzandone l’ira.

Jarba è uno dei re locali, che avevano chiesto in sposa Didone e ai quali ella si era negata. Ovviamente questa diceria non gli fa piacere, anzi! E allora si rivolge direttamente a Giove, chiedendogli giustizia:

Costui, figlio di Ammone e di una Ninfa rapita
ai Garamanti, aveva alzato a Giove nell’ampio
suo regno cento immensi templi e su cento altari
aveva consacrato un fuoco perenne, onore
eterno per gli Dei: il suolo sempre madido
del sangue delle vittime, le soglie erano sempre
adorne di corone fiorite d’ogni specie.
Fuori di sé ed acceso dall’amara notizia
si dice che levasse molte preghiere a Giove,
supplice, a mani giunte, davanti agli altari,
in mezzo alle venerate immagini dei Numi.
“O Giove onnipotente cui il popolo mauro
dopo aver banchettato sui letti ricamati
liba vino prezioso, vedi che cosa accade?
Non intervieni? O forse, padre, abbiamo paura
invano di te quando scagli i fulmini? Sono ciechi
i fuochi che tra le nubi atterriscono gli animi,
non sono che vacui rombi? Una donna che, profuga
nel nostro territorio, fondò una cittaduzza
comperando il terreno, cui demmo un’arida spiaggia
da colonizzare e i diritti sul luogo, ha respinto le nozze
con noi accogliendo Enea come suo solo signore!
adesso quella specie di Paride, accompagnato
da mezzi uomini, la mitra meonia legata al mento,
la chioma profumata, gode la sua conquista.
Ah, che davvero offriamo ai tuoi templi dei doni
inutili e alimentiamo un’inutile gloria!”
Mentre diceva così, tenendo posata la mano
sull’altare, l’udì l’Onnipotente e volse
gli occhi alle mura regali e agli amanti dimentichi
di ogni fama migliore…………………………

Giove, al quale evidentemente Giunone non ha detto nulla, diversamente da quanto aveva promesso a Venere, vede quest’amore, e manda allora a Enea Mercurio, per rimproverare a Enea la perdita di tempo e la deviazione dal suo destino: giungere sulle coste dell’Italia e fondare una nuova patria. Mercurio parte subito, e in breve tempo arriva alle coste della Libia (cioè l’Africa del nord):

…………………………….Disse allora a Mercurio:
“Va’, figlio, corri, chiama i venti, sollevati a volo
e parla al capo troiano, che perde tempo a Cartagine
e non pensa alle terre che il Fato gli ha destinato,
recagli tu per l’aria il mio alto comando.
Non ce lo promise così la bellissima madre,
non lo scampò per questo due volte alle armi dei Greci:
ma perché regga l’Italia gravida di imperi
e fremente di guerra, perché perpetui la razza di Teucro
dal nobile sangue, perché detti leggi al mondo.
Se non lo accende l’onore di cose tanto grandi,
se non vuol faticare né gli interessa la gloria,
perché proprio lui, suo padre, vuol defraudare Ascanio
delle rocche romane? Cosa crede di fare?
Che cosa spera indugiando tra gente nemica
senza pensare al futuro, alla grande progenie
che un giorno avrà in Italia, ai campi di Lavinio?
Navighi, questo è il mio ordine: siine tu messaggero.”
Disse. E Mercurio subito si prepara a obbedire
al gran cenno del padre; prima s’allaccia ai piedi
i calzari d’oro, alati, che lo portano in alto
volando sopra i mari e sopra la terra, rapido
come il vento. Poi piglia la verga con cui evoca
le pallide Ombre dell’Orco, altre ne manda al Tartaro,
dà e leva il sonno, gli occhi suggella nella morte.
Munito della verga scaccia i venti, traversa
le nubi burrascose. E già volando vede
la vetta e i fianchi ripidi del duro Atlante, che regge
il cielo con la testa; Atlante dal capo
pieno di pini, cinto sempre di nuvole nere,
battuto da vento e da pioggia; una distesa di neve
gli copre le spalle, i fiumi precipitano
dal mento del gran vecchio, l’ispida barba è ghiacciata.
Qui si fermò dapprima il Cillenio, librandosi
ad ali aperte; quindi si lasciò andare di peso
velocissimo verso le onde, come un uccello che vola
basso, radendo il mare intorno agli scogli pescosi
ed intorno alle spiagge. Così fendeva l’aria
tra mare e cielo Mercurio cillenio, lasciando
Atlante, suo nonno materno, volando
verso la costa sabbiosa dell’arida Libia.

Vede Enea intento a dirigere i lavori per la costruenda Cartagine. E subito gli rivolge il rimprovero:

Appena atterrò vicino ad antiche capanne
vide Enea intento a dirigere la fondazione di torri
e la costruzione di case; aveva una spada stellata
di fulvo diaspro, un mantello corto di porpora tiria
gli splendeva giù dalle spalle, opera delle mani
della ricca Didone che aveva trapunto il tessuto
di fili d’oro sottili. Subito lo investì:
“È così adesso tu lavori alle fondamenta
dell’alta Cartagine, schiavo di tua moglie, fai bella
la città e ti dimentichi del tuo destino e del regno!
Lo stesso re degli Dei, che con la sua volontà
ruota il cielo e la terra, mi comanda di darti
per l’aria veloce questi ordini: cosa progetti? Con quali
speranze perdi il tuo tempo nel paese di Libia?
Se non ti sprona la gloria delle grandi promesse,
se non vuoi affrontare fatiche per la tua fama,
pensa ad Ascanio che cresce, alle speranze di Iulo,
al quale è dovuto il regno d’Italia e la terra
di Roma.” Mercurio a metà del discorso
si tolse al cospetto dei mortali, svanendo
lontano dagli occhi nell’aria sottile.

Il pius Enea è molto colpito da questi rimproveri, e subito decide di abbandonare quella terra e rimettersi in viaggio:

Enea fuori di sé ammutolì a quella vista,
gli si drizzarono in testa per l’orrore i capelli,
gli si fermò la voce in gola. Smania di correre
via, abbandonando le terre che pure gli sembrano dolci,
percosso dall’alto monito e dal comando divino.

Ma si rende anche subito conto di un problema: come farà a giustificare questa decisione agli occhi della “furiosa” Didone?

Ma come farà? Con quali parole adesso oserà
rivolgersi alla regina innamorata, furiosa?
Di dove incomincerà il suo discorso? Volge
rapidissimamente il pensiero qua e là,
ideando diverse soluzioni, pesandole
una per una. Infine, benché sia sempre in dubbio,
crede di aver trovato il partito migliore.

E quale sarà questo “partito migliore”? Non di certo affrontare subito Didone; mentre lui temporeggia e riflette sulle parole da usare, comanda che vengano preparate le navi per la partenza:

Chiama Mnèsteo, Sergesto ed il forte Seresto;
armino zitti zitti la flotta e sulla riva
riuniscano i compagni, preparino ogni cosa
senza lasciar capire quale sia la ragione
di tanta novità; intanto lui, poiché
Didone non sa nulla e crede che un amore
così grande non possa spezzarsi, cercherà
il modo e l’occasione più adatta per parlarle.
Tutti obbediscono lieti ed eseguono gli ordini.

Insomma, con un atteggiamento tipicamente maschile Enea decide di rimandare il chiarimento. Ma la Fama, si sa, vede tutto, sa tutto, e gode nel diffondere quello che sa. Così rivela a Didone i disegni del suo amante:

Ma la regina (chi può ingannare chi ama?)
presentì tutto e s’accorse per prima di ciò che accadeva:
timorosa com’era di tutto, persino di quello
che più pareva sicuro. L’empia Fama in persona
disse che si allestiva la flotta per la partenza.

E di nuovo troviamo una scena nella quale Didone innamorata è accostata al lessico del furor. E dopo avere vagato come in preda alla follia, scarmigliata, fuori di sé, affronta di petto Enea:

Folle d’amore, l’anima smarrita, dà in ismanie,
erra per la città fuori di sé, baccante
eccitata come una Menade quando infuria la festa,
quando al grido di Bacco la stimolano le orge
che vengono soltanto ogni tre anni, quando
il Citerone a notte la chiama con molto clamore.
Infine parla ad Enea per prima, così:
“Perfido, e tu speravi persino di nascondere
tanto male e partire dalla mia terra in silenzio?
Non ti trattiene il nostro amore, la mano
che un giorno ti fu concessa, Didone che sta
per morire di morte crudele? E invece tu
sotto le stelle invernali prepari la flotta
e ti affretti a solcare l’alto mare, tra i venti
terribili, o malvagio. E perché? Se corressi
non verso terre straniere, verso paesi che ignori,
ma fosse ancora in piedi l’antica Troia, andresti
a Troia con la flotta per l’ondoso mare?
Fuggiresti da me? Per questo mio pianto
e per la tua mano, per gli Imenei incominciati
e per la nostra unione, se ho meritato di te
in qualche modo, se cara ti fu qualcosa di me,
abbi pietà della casa che crolla, lo vedi, e abbandona
questo pensiero, ti prego, se si può ancora pregarti.
Le genti di Libia mi odiano a causa di te,
i tiranni numidi mi odiano a causa di te,
persino i Tiri mi odiano a causa di te;
a causa di te il pudore è morto, è morta la fama
per la quale soltanto arrivavo alle stelle.
chi moribonda mi lasci? O Enea, ospite! Ospite!
Soltanto questo nome posso dare a colui
che un tempo chiamavo marito. Ma allora?
Forse attendo il fratello Pigmalione che bruci
le mie mura, o il re Jarba che mi porti in Getulia
schiava? Oh, se prima della tua fuga avessi
avuto almeno un figlio da te, un piccolo Enea
che per le sale giocasse e ti ricordasse
all’aspetto! Oh, che allora, non mi parrebbe del tutto
d’essere abbandonata e d’essere stata ingannata!”

Didone di dice ingannata, accusa Enea, rimpiange la mancata maternità, preannuncia la sua morte: insomma, Virgilio ci dà sotto, qui, con l’approfondimento psicologico, in una scena che vede una donna innamorata e tradita, che contemporaneamente ama e odia.

Enea ascolta. E soffre, non è, in effetti, un insensibile. Ma sa anche che deve assoggettarsi al volere degli dei: partire e raggiungere l’Italia:

Diceva così. Ma lui per gli ammonimenti di Giove
teneva immobili gli occhi e con sforzo premeva
dentro al cuore l’affanno. Alla fine risponde
con poche frasi: “Regina, non sarò io a negare
che hai tanti meriti quanti puoi contarne a parole,
e non mi scorderò di te finché mi ricorderò
di me stesso. Ma ascolta. Io non sperai di nasconderti
questa fuga, credilo pure, e del resto mai
ti tenni discorsi di nozze o pensai di sposarti.
Se i Fati permettessero che conducessi la vita
come vorrei, secondo i veri miei desideri,
sarei rimasto a Troia vicino alle dolci reliquie
dei miei, gli alti tetti di Priamo starebbero ancora
in piedi e con le mie mani avrei costruito ai vinti
una rinata Pergamo. Ma adesso Apollo grineo
mi comanda di andare in Italia: in Italia
mi ordinano di andare gli oracoli di Licia.
Questo è il mio amore, questa la mia patria. Se tu
che sei fenicia ami tanto le rocche di Cartagine,
questa tua bella città della Libia, perché
impedisci che i Teucri abbiano alfine riposo
nella terra d’Italia? È lecito anche a noi
cercare lidi stranieri. Tutte le volte
che la notte circonda le terre di umide ombre,
tutte le volte che sorgono gli astri infuocati, in sogno
l’ombra del padre Anchise, turbata, mi rimprovera
e mi spaventa, con lui mi rimprovera Ascanio,
povero bimbo, del torto che faccio al suo futuro,
poiché lo frodo del regno d’Esperia, dei campi fatali.
proprio adesso Mercurio, messaggero dei Numi,
mandato da Giove (lo giuro per le nostre due vite)
m’ha portato per l’aria rapida questo comando:
– Naviga! – Ho visto il Dio in una luce chiarissima
entrare per le mura e con queste mie orecchie
ne ho sentito la voce: – Naviga! – Dunque cessa
di infuocare me e te con questi lamenti,
io non vado in Italia di mia volontà.”

“Italiam non sponte sequor”, non seguo l’Italia di mia volontà! Lo faccio perché lo vogliono gli dei, e perché lo devo al mio popolo, che è orfano della patria; e lo devo alla memoria di mio padre, e soprattutto ad Ascanio, che merita di avere il dominio di questa terra! E poi, dice di sfuggita Enea, non ti avevo mai promesso che ti avrei sposata! Insomma, potremmo mai immaginare un discorso più tipicamente maschile?

Ma Didone appartiene al furor, nulla le importano le “scuse” (dal suo punto di vista) accampate da Enea. E lo travolge con una serie di accuse di “durezza”, insensibilità e anche ingatitudine (in fondo il profugo Enea, assime al suo popolo, era stato accolto, con molta ospitalità dalla regina). E promette a Enea una vendetta che lo seguirà per sempre (e che preannuncia anche le future guerre puniche, ovviamente):

Mentre diceva così lei lo fissava bieca
già da un poco, volgendo gli occhi qua e là, misurandolo
tutto con taciti sguardi; alfine furente
prorompe: “Tua madre non è una Dea, la tua stirpe
non viene da Dardano, ma il Caucaso selvaggio
aspro di rupi ti fece, ircane tigri allattarono
te da bambino. Ah, perché m’illudo, che cosa mi aspetto
più di questo? Lui forse s’è commosso al mio pianto?
Non ha battuto ciglio: non ha emesso un sospiro:
non ha avuto pietà dell’amante! Che cosa
immaginare di peggio? Ormai nemmeno la grande
Giunone e il padre Saturnio guardano con giustizia
a quanto avviene. Non c’è più alcuna buonafede,
in nessun posto. Lo presi morto di fame, gettato
sul lido dalla tempesta, lo misi a parte del regno,
pazza! Strappai la sua flotta dispersa all’estrema rovina
insieme ai suoi compagni. Ah, che furia m’avvampa!
Proprio adesso l’augure Apollo e gli oracoli lici
gli portano per l’aria questi ordini tremendi!
Certo è stato mandato da Giove in persona il fulmineo
messaggero dei Numi! Oh, davvero gli Dei
non hanno da occuparsi d’altro, se un tale pensiero
turba la loro quiete! Ma non voglio ribattere
le tue parole, non voglio neppure trattenerti.
Parti, va’ via col vento in Italia, cerca il tuo regno
attraverso le onde. Io spero soltanto,
se i pietosi Celesti hanno qualche potere,
che me ne pagherai il fio tra gli scogli, chiamando
spesso a nome Didone. Didone! Ma io lontana
ti perseguiterò con i fuochi infernali:
e quando la fredda morte spoglierà delle membra
l’anima, in ogni luogo dove tu andrai ci sarò,
pallido spettro, fantasma venuto a turbarti.
Sconterai la tua pena, empio, ed io lo saprò:
questa bella notizia mi giungerà tra le Ombre.”

CONTINUA…………………

Così dicendo tronca a mezzo il discorso, affranta
fugge la luce del giorno, scappa via e si leva
dagli occhi d’Enea, lasciandolo dubitante, pauroso,
desideroso di dirle molte cose. Le ancelle
accorrono e la portano al suo marmoreo talamo;
svenuta, le membra rigide, la posano sulle coltri.
Ma sebbene desideri alleviarle il dolore
e consolarla, calmandone con parole l’affanno,
benché sia intenerito dall’amore, dolente
il pio Enea obbedisce all’ordine divino
e ritorna alla flotta. I Troiani s’affannano
a trarre le navi in mare dall’alto lido. Nuotano
le chiglie spalmate di pece, gli uomini dalle foreste
portano rami fronzuti e quercie non lavorate,
han fretta di fuggire…
Sciamano precipitandosi
da tutta la città, come le nere formiche
quando, pensando all’inverno, saccheggiano un mucchio
di farro e lo mettono in serbo nelle loro dispense:
la bruna schiera cammina per i campi e convoglia
la preda attraverso l’erba per un sentiero piccino,
parte a forza di spalle portano i chicchi più grossi,
parte dirigon la marcia, tengono a posto la fila,
riprendono chi indugia, e tutta la strada è in fermento.
Con che cuore o Didone guardavi tutto questo,
che gemiti mandavi vedendo dalla rocca
fremere tutto il lido in lungo e in largo e il mare
intero riecheggiare di rumore e di grida!
Amore, spietato amore, a che cosa non spingi
i cuori dei mortali? Ecco Didone costretta
ancora alle lagrime, ancora a cercar di piegare
Enea con le preghiere più vili e a sottomettere,
chiedendo pietà, la fierezza alla passione; prima
di darsi la morte non vuole lasciare nulla intentato.
“Anna, non vedi come s’afferrano sul lido,
accorsi da ogni parte; la vela chiama già i venti,
i naviganti incoronano allegri le poppe.
Se ho potuto vedere avverarsi tanto dolore,
o sorella, potrò sopportarlo di certo.
Pure, Anna, esaudisci la tua infelice Didone
in una sola grazia: poiché quell’infame onorava
solo te e confessava a te anche i segreti più arcani,
e tu sola sapevi le vie più adatte e i momenti migliori
per chiedergli qualcosa. Va’ dunque tu da lui,
sorella, e supplice parla a quel nemico superbo.
Digli che io non giurai in Aulide coi Greci
di distruggere la razza troiana, né mandai
la flotta contro Pergamo, digli che non turbai
o dispersi le ceneri e l’Ombra di suo padre.
Perché non vuole ascoltarmi? Dove corre? Conceda
almeno quest’ultimo dono alla misera amante:
aspetti per fuggire un momento migliore
e venti favorevoli. Non chiedo neanche più
l’antica unione tradita, né che rinunci al bel Lazio
ed al futuro regno; chiedo soltanto del tempo,
del vano tempo, una tregua finché il furore si calmi
e la Fortuna m’insegni a sopportare il dolore.
Quest’ultima grazia domando (abbi pietà della povera
tua sorella!), poi parta: se mai me la concede
gliela restituirò a usura con la mia morte.”
Così parlava; tali lamenti porta e riporta
l’infelice sorella. Ma Enea non si commuove
per nessun pianto né ascolta con pazienza nessuna
voce: s’oppone il Fato, un Dio gli chiude le orecchie.
Come talvolta i venti alpini di qua e di là
soffiando a gara cercano di scalzare da terra
una solida quercia dal fusto annoso: stridono
le alte fronde coprendo il terreno di foglie
a ogni scossa del tronco: ma l’albero è abbarbicato
al suo macigno e di quanto s’innalza con la cima
nell’aria celeste, di tanto s’affonda con le radici
sino al Tartaro; così l’eroe è percosso di qua
e di là da voci incessanti e nel gran petto contiene
il tremendo dolore, al quale non può dar retta,
la mente rimane immobile, le lagrime scorrono invano.
Allora l’infelice Didone, atterrita
dal suo destino, chiama la morte; le dà fastidio
la vista del cielo convesso. S’infiammò di più
nella sua decisione di abbandonare la luce
quando vide (orribile a dirsi) l’acqua lustrale
intorbidarsi mentre poneva le offerte
sugli altari fumanti d’incenso e i vini versati
cambiarsi in osceno, terribile sangue.
Non disse nulla a nessuno, nemmeno alla sorella.
Nel palazzo reale c’era un sacello di marmo
dedicato all’antico marito, che lei venerava
di culto particolare, cinto di candida lana
e di fronde festose: di là le parve venissero
parole e le parve sentire la voce del marito
che la chiamava mentre la nera notte occupava
tutte le terre; e le parve di sentire lagnarsi
dai comignoli, spesso, il gufo solitario
col suo lugubre canto, filando lunghissime note
di pianto; ed inoltre con monito terribile
la spaventarono molti presagi di sacri indovini.
Lo stesso Enea popolava le sue notti di orrori
comparendo feroce nei sogni di lei, folle
di disperata passione; e sempre le pare
d’esser lasciata sola, le pare sempre di correre
per una lunga lunga strada, senza nessuno,
cercando invano i Tiri per una contrada deserta.
Così Penteo impazzito vede la turba delle Eumenidi
e il sole gli sembra doppio, doppia gli sembra Tebe;
così sul palcoscenico s’agita Oreste, figlio
di Agamennone, quando fugge la madre armata
di fiaccole e neri serpenti, e le Vendicatrici
siedono minacciose sulle soglie del tempio.
Vinta dal dolore, invasa dalle Furie,
sicura di morire, esamina tra sé
il modo e il tempo di porre in atto la sua decisione;
rivolta alla triste sorella nasconde però con l’aspetto
il suo proposito, e quasi sembrerebbe brillare
d’una nuova speranza. “Ho trovato, sorella,
rallegrati con me – le dice – la vera strada
per riavere il mio amore o per dimenticarlo.
Al limite dell’Oceano, verso il tramonto del sole,
c’è il remoto paese degli Etiopi, dove
il grandissimo Atlante ruota con le sue spalle
l’asse del cielo fitto di stelle rilucenti:
m’han detto che di là è venuta una strega
di stirpe massila, custode del tempio delle Esperidi,
che dava il pasto al drago e sorvegliava i rami
dell’albero sacro spargendo liquido miele e papavero.
Si vanta di liberare i cuori con i suoi incanti
come vuole, versando in altri cuori gli affanni,
di fermar l’acqua nei fiumi, di volgere indietro le stelle,
di evocare i fantasmi notturni. Vedrai muggire
la terra sotto i tuoi piedi, scendere gli orni dai monti!
Te lo giuro, sorella cara, su tutti gli Dei
e su te, sul tuo dolce capo, che controvoglia
mi dedico alle arti magiche. Però segretamente,
ti prego, innalza un rogo, che si levi nell’aria
sopra un terrazzo interno: e su vi getterai
le armi di Enea, che l’empio ha abbandonato appese
al talamo, con tutte le sue reliquie, e il letto
d’amore che mi ha perduta. Così va fatto: la maga
vuole che si distrugga ogni ricordo di lui.”
Ciò detto tace, le gote invase di pallore.
Ma Anna non può credere che la sorella con tali
nuove magie nasconda un pensiero di morte,
non riesce a concepire una tale follia,
non teme avvenga di peggio che in morte di Sicheo.
Così eseguisce gli ordini…
Appena sul terrazzo interno fu alzata nell’aria
la gran catasta di pini e di tronchi di leccio
la regina la cinge di serti e l’incorona
di fronde funerarie; pensando alla tragedia
a venire vi pone sopra la spada di lui
con tutti i suoi ricordi, e in cima il suo ritratto.
Sorgono intorno gli altari. La maga coi capelli
sciolti chiama a gran voce tre volte i nomi di cento
Dei, l’Erebo, il Caos, la trigemina Ecate,
la vergine Diana dai tre volti diversi.
Mesce dell’acqua che simuli il fonte d’Averno,
fa cercare erbe giovani mietute con una falce
di bronzo sotto la luna, gonfie di nero veleno;
si procura l’ippomane strappato dalla fronte
d’un puledro, sottratto all’avida cavalla.
La stessa Didone sparge il farro con mani pie:
e vicino agli altari, con la veste succinta
e un piede scalzo, invoca gli Dei e le stelle che sanno
il destino di tutti (lei che sta per morire!).
Infine prega il Nume, se mai ve n’è uno,
che ha cura degli amanti non corrisposti, perché
faccia vendetta, perché sia memore, giusto, pietoso.
Era notte: gli stanchi corpi prendevano sonno
tranquillamente per tutta la terra, riposavano
le selve e i mari selvaggi; era l’ora in cui tacciono
i campi, le stelle han percorso metà del loro cammino;
e tutti gli animali e i colorati uccelli,
quanti vivon nell’acqua limpida e nelle campagne
spinose di sterpi, coricati nel sonno
sotto la notte silente lenivano gli affanni
ed i cuori obliosi di tutti i loro mali.
Ma la Fenicia non dorme, addolorata, mai
si rilassa nel sonno o riceve negli occhi
e nel cuore la dolce quiete notturna: il suo affanno
cresce e imperversa di nuovo, risorgendo l’amore,
e oscilla indecisa tra grandi vampe di rabbia.
Così sempre di più s’arrovella, dicendo
tra sé: “E adesso che cosa farò? Dovrò tentare
coi vecchi pretendenti? Espormi alle loro beffe?
Supplice chiederò le nozze dei Numidi
che tante volte ho sdegnato? Oppure seguirò
la flotta dei Troiani, starò ai loro comandi?
Ho fatto proprio bene ad aiutarli, un tempo,
e loro me ne serbano molta riconoscenza!
Ma se anche volessi partire con loro, chi mai
vorrà accogliermi, odiosa, sulle navi superbe?
Ahimè, sciagurata, ancora non conosci gli inganni
e gli spergiuri della stirpe di Laomedonte?
poi: me ne andrei sola coi naviganti gioiosi
o mi porterei dietro tutte le schiere dei Tiri,
che ho appena strappato alla città di Sidone,
spingendoli ancora sul mare, spiegando le vele nel vento?
Ah, muori come ti meriti, tronca il dolore col ferro!
Sorella mia, sorella vinta dalle mie lagrime,
sei stata proprio tu la prima, involontaria
causa dei tanti mali che mi pesano addosso:
tu m’hai fatto impazzire, m’hai consegnata al nemico.
Perché non ho vissuto feroce come una bestia
selvaggia, in solitudine, senza amore né colpa,
senza soffrire così? Perché non ho mantenuto
la fede un tempo promessa all’Ombra di Sicheo?”
Questi gravi lamenti le uscivano dal petto.
Enea stava sull’alta poppa, deciso a salpare,
preparata ogni cosa secondo l’uso: dormiva.
nel sonno gli apparve l’immagine del Dio
che tornava, di nuovo gli parve che così
lo ammonisse (simile in tutto a Mercurio, per voce,
colorito, capelli biondi, bellezza
giovanile del corpo): “O figlio di una Dea,
in queste circostanze puoi abbandonarti al sonno?
Pazzo, non vedi quali pericoli ti circondano,
non senti come gli zefiri ti spirano propizi?
Lei trama in cuore inganni e un atroce delitto;
decisa a morire, ondeggia tra varie esplosioni di collera.
Fuggi di qui a precipizio finché hai il potere di farlo!
Presto vedrai la marina sconvolta dalle navi
e lucente di fiaccole, presto vedrai la spiaggia
balenare di fiamme, se la prossima Aurora
ti sorprenderà qui, fermo su queste terre.
Su, rompi gli indugi. La donna è mobile e varia
sempre.” Ciò detto sparì confuso nella notte.
Subito Enea atterrito da quell’Ombra veloce
strappa il corpo dal sonno sollecitando i compagni:
“Svegliatevi, guerrieri, prendete posto ai remi,
sciogliete presto le vele! Di nuovo mi è stato mandato
dall’alto cielo un Dio, ci incita a accelerare
la fuga ed a tagliare le funi ritorte.
santo fra tutti gli Dei, noi ti seguiamo, chiunque
tu sia, e obbediamo in festa al tuo nuovo comando.
Assistici benigno e aiutaci, rendici amiche
nel cielo profondo le stelle!” Sguainò la spada fulminea
ed impugnando il ferro tagliò deciso le funi.
Un medesimo ardore prese tutti i Troiani,
afferrarono i remi e via, lasciarono il lido;
il mare sotto le navi fugge, a forza di remi
sconvolgono l’acqua spumosa, fendendo l’onda azzurra.
già la prima Aurora spargeva nuova luce
sulla terra, lasciando il letto color del croco
dell’antico Titone. Appena la regina
vide da un’alta torre biancheggiare la luce
e allontanarsi la flotta a vele spiegate, e il lido
deserto e il porto vuoto, senza più marinai,
si percosse il bel petto con le mani, furente,
tre volte, quattro, si strappò i biondi capelli:
“O Giove – disse – Enea se ne andrà, uno straniero
si sarà preso gioco impunemente di me
e del mio regno? Nessuno in tutta la città
impugnerà le armi per inquisirlo, nessuno
farà uscire le navi dagli arsenali? Andate,
miei fedeli, correte, portate veloci le fiamme,
munitevi di frecce, fate forza sui remi!
Ma cosa dico, dove sono? Quale pazzia
ti sconvolge la mente o infelice Didone?
Soltanto adesso ti offendono i mali che hai commesso?
Sarebbe stato assai meglio che ti fossi sentita
offesa così nell’ora in cui gli affidavi lo scettro.
Eccola la lealtà di uno che dicono rechi
con se i patrii Penati, di uno che avrebbe portato
sulle spalle, pietoso, il padre vinto dagli anni!
Sarebbe stato meglio che lo avessi ammazzato
e fatto a pezzi, gettando quei pezzi nel mare;
meglio sarebbe stato gli avessi ucciso i compagni,
gli avessi fatto mangiare il corpo di suo figlio.
Dura la lotta, d’esito incerto? Tanto meglio:
che cosa potevo temere dovendo morire? Avrei dato
fuoco all’accampamento, avrei riempito di fiamme
le navi, ucciso padre, figlio, tutta la stirpe,
e su quei morti io stessa sarei caduta morta!
sole, tu che illumini coi raggi le opere tutte
del mondo, e tu Giunone che conosci e sei complice
di questi duri affanni, e tu Ecate chiamata
con lunghe grida, a notte, nei trivi cittadini,
e voi vendicatrici Furie, e voi Dei protettori
della morente Elissa, ascoltate e esaudite
le mie preghiere, volgendo sui Teucri la vostra potenza.
Se è scritto nel destino che quell’infame tocchi
terra ed approdi in porto, se Giove vuole così,
se la sua sorte è questa: oh, almeno sia incalzato
in guerra dalle armi di gente valorosa
e, in bando dal paese, strappato all’abbraccio di Iulo,
implori aiuto e veda la morte indegna dei suoi,
né, dopo aver firmato un trattato di pace
iniquo, si goda il regno e la desiderata
luce, ma muoia, in età ancora giovane,
rimanga insepolto su un’arida sabbia!
Questo prego, quest’ultima voce esalo col sangue.
infine voi, miei Tiri, perseguitate la stirpe
di lui, tutta la sua discendenza futura
con odio inestinguibile: offrite questo dono
alla mia povera cenere. Nessun amore ci sia
mai tra i nostri due popoli, nessun patto. Ah, sorga,
sorga dalle mie ossa un vendicatore, chiunque
egli sia, e perseguiti i coloni troiani
col ferro e col fuoco, adesso, in avvenire, sempre
finché ci siano forze! Io maledico, e prego
che i lidi siano nemici ai lidi, i flutti ai flutti,
le armi alle armi: combattano loro e i loro nipoti.”
Così disse, pensando a tante cose, cercando
come morire al più presto. E si rivolse a Barce
nutrice di Sicheo (poiché la propria nutrice
era rimasta, ormai nera cenere, laggiù a Sidone):
“Ti prego, cara nutrice, corri da Anna, che venga
la mia dolce sorella, e dille che in gran fretta
si lavi con acqua di fiume e porti con sé
le vittime pel sacrificio, le offerte stabilite.
Tu stessa cingi le tempie di benda votiva.
Voglio sacrificare a Giove Stigio, come
è d’uso, porre fine a tutti i miei dolori
ardendo insieme al rogo il ritratto di Enea.”
Barce accelerò il passo con affanno senile.
Allora Didone, tremante, esasperata
per il suo scellerato disegno, volgendo
attorno gli occhi iniettati di sangue, le gote sparse
di livide macchie e pallida della prossima morte,
irrompe nelle stanze interne della casa
e sale furibonda l’alto rogo, sguaina
la spada dardania, regalo non chiesto per simile scopo.
Dopo aver guardato le vesti lasciate da Enea
e il noto letto, dopo aver indugiato un poco
in lagrime e pensieri, si gettò su quel letto
lunga distesa e disse poche, estreme, parole:
“O reliquie, che foste così dolci finché
lo permettevano i Fati e un Dio: ora accogliete
quest’anima, scioglietemi da tutti i miei tormenti.
Vissi, ho compiuto il cammino concessomi dalla Fortuna,
e adesso un’immagine grande di me andrà sottoterra.
Fondai una grande città, vidi sorgerne alte le mura,
vendicai mio marito, inflissi al fratello nemico
giuste pene: felice, ahi, troppo felice se solo
non fossero mai arrivate ai nostri lidi sabbiosi
navi dardanie!” Disse e premé la bocca sul letto.
“Moriamo senza vendetta – riprese – Ma moriamo.
Così, anche così giova scendere alle Ombre.
Il crudele Troiano vedrà dall’alto mare
il fuoco e trarrà funesti presagi dalla mia morte.”
Tra queste parole le ancelle la vedono abbandonarsi
sul ferro e vedon la lama spumante di sangue,
vedono sporche di sangue le mani. Un grido si leva
per tutta la reggia, la Fama s’avventa
in furia per la città, le case fremono d’urla,
di lamenti e di gemiti di donne, l’aria suona
di grandi pianti, come se Cartagine o Tiro
invase dai nemici crollassero, e rabbiose
le fiamme s’attorcessero tra le case ed i templi.
La sorella sentì la notizia e atterrita,
con una corsa affannosa, graffiandosi la faccia
con le unghie, picchiandosi i pugni contro il petto,
attraversa la folla chiamando la morente
per nome: “Sorella, per questo mi volevi? Che inganno
doloroso! Per questo volevi il rogo, i fuochi
e gli altari? Che cosa dovrò pianger di più:
la tua morte o questo disperato esser sola
nella morte? Sorella, perché non m’hai voluta
tua compagna morendo? M’avessi tu chiamata
ad una stessa morte: un eguale dolore
ed una stessa ora ci avrebbe colte entrambe.
Ed io con queste mani eressi il rogo, invocai
gli Dei patrii, per essere da te lontana nell’ora
della morte! Sorella, hai ucciso te e me
e il popolo e i padri sidonii e tutta la tua città!
Ma adesso lasciatemi lavare la ferita,
lasciatemi raccogliere con le labbra l’estremo
suo alito, se ancora le aleggia intorno un soffio
di vita!” Precipitosa era salita sugli alti
gradini del rogo e abbracciata la sorella morente
la stringeva gemendo al seno e con la veste
tentava di asciugare il nero sangue. Didone
mentre cerca di alzare gli occhi che non riuscivano
a stare aperti sviene; la ferita profonda
nel petto stride. Tre volte riuscì a levarsi sul gomito,
tre volte ricadde sul letto: nell’alto cielo cercò
con gli occhi erranti la luce, vedendola gemette.
Allora Giunone, pietosa del suo lungo dolore
e della straziante agonia, mandò giù dall’Olimpo
Iride, che liberasse l’anima che lottava
invano per svincolarsi dai legami del corpo.
Poiché lei non moriva di giusta morte, decisa
dal Fato, ma anzitempo, in un accesso d’ira,
Proserpina non le aveva strappato ancora di testa
il biondo fatale capello e non aveva ancora
consacrato il suo capo all’Inferno e allo Stige.
La rugiadosa Iride con le sue penne di croco
brillanti contro sole di mille varii colori
volò attraverso il cielo e si fermò su di lei.
“Questo capello – disse – porto e consacro a Dite
per ordine divino, e ti sciolgo da queste
tue membra.” Con la destra strappò il capello: insieme
si spense il calore del corpo, la vita svanì nel vento.

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§ 6 risposte a Virgilio, Eneide, libro IV

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