Virgilio, Eneide, I 1-33

maggio 15, 2009 § Lascia un commento

Canto le armi, canto l’uomo che primo da Troia
venne in Italia, profugo per volere del Fato
sui lidi di Lavinio. A lungo travagliato
e per terra e per mare dalla potenza divina
a causa dell’ira tenace della crudele Giunone,
molto soffrì anche in guerra: finché fondò una città
e stabilì nel Lazio i Penati di Troia,
origine gloriosa della razza latina
e albana, e delle mura di Roma, la superba.
Musa, ricordami tu le ragioni di tanto
doloroso penare: ricordami l’offesa
e il rancore per cui la regina del cielo
costrinse un uomo famoso per la propria pietà
a soffrire così, ad affrontare tali
fatiche. Di tanta ira son capaci i Celesti?
Vi fu un’antica città, abitata dai Tiri,
che fronteggiava l’Italia e le foci del Tevere
da lontano: Cartagine, ricchissima di mezzi
e terribile in armi. Si dice che Giunone
la preferisse a ogni terra, persino alla stessa Samo,
e vi tenesse le armi e il carro. Già da allora
la Dea si adoperava con ogni sforzo a ottenerle,
se mai lo consentano i Fati, l’impero del mondo.
Ma aveva saputo che dal sangue troiano
sarebbe nata una stirpe destinata ad abbattere
le rocche di Cartagine; che un popolo dal vasto
dominio e forte in guerra sarebbe venuto a distruggere
la Libia: tale sorte filavano le Parche.
Temendo l’avvenire e memore della guerra
che aveva combattuto un tempo sotto Troia
per i suoi cari Argivi, Giunone conservava
ancora vive nell’anima altre ragioni d’ira
e di fiero dolore: le restano confitti
nel profondo del cuore il giudizio di Paride,
l’onta della bellezza disprezzata, il rancore
per la razza troiana, gli onori ai quali è assurto
Ganimede. Infiammata da tanti oltraggi, la Dea
teneva lontani dal Lazio, sballottati sulle onde,
i Troiani scampati ai Greci ed al feroce
Achille: ed essi erravano sospinti dal destino
per ogni mare da molti e molti anni. Tanto
era arduo, terribile, fondare la gente romana!

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