Terenzio, Adelphoe, atto I: monologo di Micione

maggio 15, 2009 § 1 Commento

MICIO
Storax! non rediit hac nocte a cena Aeschinus
neque seruolorum quisquam, qui aduorsum ierant.
profecto hoc uere dicunt: si absis uspiam
atque ibi si cesses, euenire ea satius est,
quae in te uxor dicit et quae in animo cogitat
irata, quam illa quae parentes propitii.
uxor, si cesses, aut te amare cogitat
aut helluari aut potare atque animo obsequi
et tibi bene esse, soli sibi quom sit male.
ego quia non rediit filius quae cogito!
quibus nunc sollicitor rebus! ne aut ille alserit
aut uspiam ceciderit ac praefregerit
aliquid. uah, quemquamne hominem in animum stituere
parare quod sit carius quam ipse est sibi!
atque ex me hic natus non est, sed fratre ex meo.
dissimili is studiost iam inde ab adulescentia.
ego hanc clementem uitam urbanam atque otium
secutus sum et, quod fortunatum isti putant,
uxorem numquam habui. ille contra haec omnia:
ruri agere uitam, semper parce ac duriter
se habere, uxorem duxit, nati filii
duo: inde ego hunc maiorem adoptaui mihi:
eduxi a paruolo, habui, amaui pro meo;
in eo me oblecto: solum id est carum mihi.

ille lit item contra me habeat facio sedulo:
do, praetermitto, non necesse habeo omnia
pro meo iure agere: postremo, alii clanculum
patres quae faciunt, quae fert adulescentia,
ea ne me celet consuefeci filium.
nam qui mentiri aut fallere insuerit patrem
hau dubie tanto magis audebit ceteros.
pudore et liberalitate liberos
retinere satius esse credo quam metu.
haec fratri mecum non conueniunt neque placent
uenit ad me saepe clamans quid agis, Micio?
quor perdis adulescentem nobis? quor amat?
quor potat? quor tu his rebus sumptum suggeris
uestitu nimio indulges? nimium ineptus es.
nimium ipsest durus praeter aequomque et bonum,
o et errat longe mea quidem sententia,
qui imperium credat grauius esse aut stabilius
ui quod fit, quam illud quod amicitia adiungitur.
mea sic est ratio et sic animum induco meum
malo coactus qui suom officium facit,
dum id rescitum iri credit, tantisper cauet:
si sperat fore clam, rursum ad ingenium redit.
ille quem beneficio adiungas ex animo facit,
studet par referre, praesens absensque idem erit.
hoc patriumst, potius consuefacere filium
sua sponte recte facere quam alieno metu:
hoc pater ac dominus interest. hoc qui nequit,
fateatur nescire imperare liberis.
sed estne hic ipsus, de quo agebam? et certe is
nescio quid tristem uideo: credo iam, ut solet
iurgabit. saluom te aduenire, Demea,
gaudemus.

[MICIONE: Storace! Eschino stanotte non è ancora rientrato da cena, come pure nessuno degli schiavetti che gli erano andati incontro. È proprio vero quel che dicono: sei andato da qualche parte? Hai fatto tardi? Allora è meglio che ti capiti quel che ti augura o che pensa in cuor suo tua moglie quando ce l’ha con te, piuttosto che quello che temono i genitori che ti vogliono bene. Tua moglie, se fai tardi, pensa che sei innamorato, o che qualcuna è innamorata di te, o che stai sbevazzando e ti fai i fatti tuoi e pensi a spassartela da solo, mentre lei sta male. Ma a me, siccome è mio figlio che non torna, che razza di pensieri vengono, e che paure! Che abbia preso freddo, o che sia caduto da qualche parte, o che si sia spaccato qualcosa. Guarda se si deve far posto nel proprio cuore o andarsi a cercare qualcuno da amare più di se stessi! Che poi non è figlio mio, ma di mio fratello, il quale fin da ragazzo aveva un’indole del tutto diversa dalla mia: io ho condotto una tranquilla e agiata vita cittadina e non ho mai preso moglie, cosa che la gente reputa una fortuna. Lui tutto al contrario: vita in campagna, economia attenta e rigorosa, matrimonio, due figli. Io ho adottato il maggiore, l’ho allevato fin da bambino, l’ho considerato e amato come se fosse mio, è tutta la mia gioia e consolazione.
Faccio di tutto perché mi contraccambi: gli concedo, lascio correre, non ritengo necessario che faccia tutto come voglio io e poi, quelle ragazzate che gli altri fannodi nascosto dal padre ho abituato mio figlio a non nascondermele. Perché chi avrà l’abitudine di mentire a suo padre, o avrà il coraggio di ingannarlo, tanto più lo avrà con gli altri. Sono convinto che sia meglio frenare i figli col rispetto e con l’indulgenza piuttosto che con la paura. Su questo mio fratello non è d’accordo con me, non gli va. E spesso viene da me e grida: «Che fai, Micione? Perché mi rovini quel ragazzo? Perché fa l’amore? Perché si ubriaca? Perché favorisci tutto questo spesandolo? Perché sei così generoso nel vestirlo? Sei davvero una pappamolla!» Lui come padre è troppo severo, al di là del giusto e del lecito, e, a mio avviso, si sbaglia di grosso se crede che l’autorità basata sulla forza sia più salda e sicura di quella ottenuta con l’affetto. Io la penso così (e mi regolo di conseguenza): chi fa il proprio dovere per timore di un castigo, finché pensa che la cosa si verrà a sapere, sta attento; ma se spera di farla franca, torna a seguire la propria indole. Quello che ti sei conquistato trattandolo bene, agisce spontaneamente, cerca di contraccambiarti: che tu ci sia o no, si comporterà allo stesso modo. Questo è il compito di un padre, abituare suo figlio ad agire onestamente da solo, anziché per paura degli altri: è questa la differenza che c’è tra il padre e il padrone. Chi non ci riesce ammetta di non saper comandare ai figli. Ma questo qui che arriva non è proprio l’uomo di cui parlavo? Si, sì è proprio lui. Lo vedo con l’aria piuttosto scura: credo che, come al solito, mi pianterà delle grane. Mi rallegro di vederti in buona salute, Demea.]

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§ Una risposta a Terenzio, Adelphoe, atto I: monologo di Micione

  • Martolina ha detto:

    “Aut te amare cogitat”, non significa essere innamorato, ma si riferisce proprio al lato sessuale: andare a donne. Per il resto, good job. 🙂

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