Orazio, sat. I

maggio 15, 2009 § Lascia un commento

versi 69-70

…quid rides? mutato nomine de te
fabula narratur…

versi 106-107

est modus in rebus, sunt certi denique fines,
quos ultra citraque nequit consistere rectum.

Traduzione
Come mai, Mecenate,
nessuno, nessuno vive contento
della sorte che sceglie
o che il caso gli getta innanzi
e loda chi segue strade diverse?
‘Fortunati i mercanti’,
esclama il soldato oppresso dagli anni
e con le membra rotte da tanta fatica;
‘Meglio la vita militare’,
ribatte il mercante sulla nave in balia dei venti,
‘Che vuoi? si va all’assalto
e in breve volgere di tempo
ti rapisce la morte o
ti arride la vittoria.’
Quando al canto del gallo
batte il cliente alla sua porta,
l’esperto di diritto invidia il contadino;
quell’altro invece, tratto a viva forza
di campagna in città a testimoniare,
proclama che solo i cittadini sono felici.
Esempi simili, tanto son numerosi,
finirebbero per rendere afono
persino un chiacchierone come Fabio.
farla breve, ascolta
dove voglio arrivare:
se un dio dicesse: ‘Eccomi qui,
pronto a fare ciò che volete:
tu, ch’eri soldato, sarai mercante,
e tu, giurista, un contadino:
scambiatevi le parti
e via, uno di qua, l’altro di là.
Che fate lí impalati?’
Rifiuterebbero,
eppure era possibile che fossero felici.
Non ha forse ragione Giove
a sbuffare irritandosi con loro
e a sancire che d’ora in poi
non sarà piú tanto arrendevole
da porgere orecchio a preghiere simili?
Insomma, per non continuare negli scherzi,
tal quale una farsa (per quanto,
che cosa vieta di dire la verità scherzando?
anche i maestri a volte con blandizie
danno delle chicche ai bambini,
perché si decidano a imparare l’alfabeto;
ma bando alle burle: pensiamo a cose serie),
quello che sotto il peso dell’aratro
rivolta a fatica la terra,
quest’oste imbroglione, il soldato e i marinai
che in ogni dove percorrono audaci il mare,
a sentir loro si sobbarcano a tante fatiche
con l’intenzione in vecchiaia di ritirarsi
a riposare in pace,
una volta messo da parte il necessario:
cosí la formica, minuscola ma laboriosa
(l’esempio è proverbiale),
trascina con la bocca tutto quel che può
e l’aggiunge al mucchio che innalza,
consapevole e previdente del futuro.
Ma mentre lei, al volgere dell’anno
che l’Aquario intristisce,
non esce piú dal suo buco e, saggia, si serve
delle provviste accumulate in precedenza,
per te non c’è torrida estate
che possa distoglierti dal guadagno,
né inverno, fuoco, mare o ferro,
niente è d’ostacolo
perché nessuno mai sia piú ricco di te.
Che gusto provi a sotterrare di nascosto
e pieno di paura
una caterva simile d’oro e d’argento?
‘Ma se l’intacchi, si ridurrà a un soldo bucato.’
se ciò non avviene,
che ha di bello il mucchio raccolto?
La tua aia ha trebbiato
centomila moggi di grano:
non sarà per questo il tuo ventre
piú capace del mio;
cosí se tra gli schiavi condotti al mercato
toccasse a te di trascinarsi in spalla
il canestro del pane,
non riceveresti nulla di piú
di chi non ha portato niente.
Dimmi che differenza fa,
per chi vive entro i limiti della natura,
arare cento iugeri
o ararne mille?
‘Ma è piacevole prendere da un mucchio grande.’
Lasciami attingere altrettanto a uno piccolo:
perché mai dovresti lodare i tuoi granai
piú di queste mie ceste?
Come se tu avessi bisogno solo di una brocca
o di un bicchiere d’acqua
e dicessi: ‘Preferirei riempirli
a un grande fiume che a questo rigagnolo’.
Sí, ma a chi fa gola una quantità
maggiore al giusto, avviene
che l’Àufido impetuoso se lo porti via
con parte della riva.
Chi invece s’accontenta
del poco che ha bisogno,
non attinge acqua torbida di fango
e non perde la vita fra le onde.
Chi invece s’accontenta
del poco che ha bisogno,
non attinge acqua torbida di fango
e non perde la vita fra le onde.
Eppure buona parte della gente,
accecata da false brame:
‘Niente è di troppo’, dice,
‘perché quanto hai, tanto vali’.
Che vuoi fargli? Lascialo nella sua miseria,
visto che ci sta volentieri;
come quel tale che, si racconta in Atene,
spilorcio e ricco,
era solito stornare cosí le critiche:
‘La gente mi fischia, ma dentro casa,
quando contemplo tutti quei denari nel forziere,
io mi applaudo da solo’.
Tantalo assetato cerca di suggere
l’acqua che fugge via dalle sue labbra…
Ridi? mutato il nome, è il caso tuo:
sogni a bocca aperta sui sacchi ammassati d’intorno
e ti costringi a non toccarli
come fossero sacri
o a goderne come dei quadri.
Lo sai o no a cosa serve il denaro
e l’uso che puoi farne?
Compraci pane, verdura, mezzo litro di vino
e aggiungici anche ciò
che, se viene a mancare,
la natura umana ne soffrirebbe.
Forse vegliare mezzo morto di paura,
è questo che ti piace?
temere notte e giorno il flagello dei ladri,
degli incendi o che i servi
mettano a sacco la casa e poi fuggano?
Di beni come questi
io vorrei proprio farne a meno.
‘Ma se, preso dai brividi,
il corpo comincia a dolerti
o un altro accidente t’affligge a letto,
hai chi ti assiste,
chi ti prepara impiastri e chiama il medico
che ti rimetta in piedi
e ti restituisca ai figli,
all’affetto dei parenti.’
No, non ti vuole guarito la moglie,
non lo vuole tuo figlio;
non ti può vedere nessuno,
vicini, conoscenti, giovani e ragazze.
ti meravigli tu, che avanti ogni cosa
metti il denaro,
se nessuno ti accorda quell’affetto
che certo non ti meriti?
forse pensi che perderesti il tuo tempo,
se cercassi di tenerti i parenti,
che per sorte la natura ti ha dato,
e serbarteli amici,
come chi volesse addestrare un asinello
a correre nel Campo Marzio
ubbidendo alle redini?
allora smettila con questa avidità:
piú ne hai e meno devi temere la miseria;
poni termine alla fatica,
ottenuto ciò che agognavi,
se non vuoi che t’accada
come a quel tale Ummidio.
È storia breve:
ricco al punto da contare i soldi a palate
e cosí gretto da non vestirsi meglio di un servo,
temette sino all’ultimo di morire d’inedia.
Ma ecco che una liberta,
come la piú forte delle Tindàridi,
in due lo spaccò con la scure.
‘Che mi consigli allora? di vivere come Nevio
o come Nomentano?’
Ti ostini a mettere di fronte
cose che fanno a pugni:
quando ti sconsiglio d’essere avaro,
non ti esorto a farti scioperato e scialacquatore.
C’è pure una via di mezzo fra Tànai
e il suocero che ha Visellio:
c’è una misura per tutte le cose,
ci sono insomma confini precisi
al di là dei quali non può esistere il giusto.
Torno al punto d’avvio:
come mai nessuno, vedi l’avaro,
è contento di sé
e loda invece chi segue strade diverse,
si strugge d’invidia se la capretta del vicino
ha mammelle piú turgide
e, senza confrontarsi con la massa
piú povera di lui,
s’affanna a superare questo e quello?
Come l’auriga, quando scalpitando
i cavalli si lanciano coi cocchi oltre le sbarre,
incalza quelli che lo superano,
sprezzando chi si è lasciato indietro e scivola in coda,
cosí a lui che s’affanna
sempre si para innanzi uno piú ricco.
Ecco perché solo di rado s’incontra chi dica
d’essere vissuto felice
e, pago del tempo trascorso,
esca di vita come un convitato sazio.
Ma ora basta; e perché tu non supponga
che abbia saccheggiato gli scrigni
del cisposo Crispino,
non aggiungerò una parola in piú.

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