Orazio, la figura del padre

maggio 15, 2009 § Lascia un commento

Nei Sermones (Satire), Orazio più volte torna sulla figura del padre, al quale riconosce il merito di essere stato un ottimo educatore. A lui e alla educazione da lui impartita Orazio imputa il merito per essere diventato com’è: un uomo certo non perfetto, ma privo di difetti e vizi eccessivi, che vive onestamente e si fa amare dagli altri.

Un primo ricordo del padre lo troviamo nel componimento 4 del libro I, dedicato al genere satirico. Orazio compie un parallelo tra quello che si propone di fare lui con i suoi sermones e la pratica educativa del padre (I, 4, vv. ):

Se mi sfuggirà una battuta troppo franca,
o magari troppo scherzosa,
con un po’ d’indulgenza
questo diritto me l’accorderai:
me l’ha inculcato quel brav’uomo di mio padre
a fuggire i difetti, facendomeli notare
uno per uno con esempi.
Quando mi esortava a vivere parcamente,
con frugalità e contento di ciò
che lui stesso m’aveva procurato:
‘Non vedi che vita grama conduce
il figlio di Albio e come Baio è in miseria?
La lezione migliore
per chi sia portato a dilapidare
le sostanze paterne’.
Voleva dissuadermi
dall’amore infamante per una sgualdrina?
‘Cerca di non fare come Scetano.’
perché non corressi dietro alle sposate,
quando potevo fruire d’amori liberi:
‘Colto in flagrante’, mi diceva,
‘non s’è fatta certo Trebonio una gran fama.
Un filosofo ti spiegherà la ragione
perché questo va evitato e quello cercato:
a me basta di poter conservare
i costumi tramandati dagli avi
e, finché hai bisogno di guida,
di mantenere intatta la tua vita e la tua fama;
quando gli anni ti avranno irrobustito
nel fisico e nell’animo,
ti terrai a galla da solo’.
Con queste parole plasmava la mia giovinezza
e se desiderava
che facessi una data cosa:
‘Eccoti il modello per farlo’,
e mi citava uno dei probiviri;
se poi me la vietava:
‘Dubiti ancora che sia azione dannosa
e disonesta,
quando questo e quello avvampano di cattiva fama?’.
Se il funerale di un vicino
sgomenta gli ammalati intemperanti
e per paura della morte
li induce a riguardarsi,
cosí la vergogna altrui distoglie dal male
le menti ancora da plasmare.
Grazie a questo, esente da tutti quei difetti
che portano a rovina,
sono affetto solo da quelli piú comuni
e che si possono scusare.
Forse anche da questi potranno almeno in parte
liberarmi gli anni a venire,
un amico sincero
o il mio discernimento:
neanche a letto o sotto i portici infatti
vengo meno a me stesso.
‘Questo è piú giusto,
facendo cosí vivrei meglio
e cosí riuscirò caro agli amici.
L’azione di quel tale non è bella:
potrebbe capitarmi un giorno
di fare come lui senza riflettere?’
Questi i discorsi che faccio tra me
a bocca chiusa;
se poi ho un po’ di tempo libero
li butto per diletto sulla carta.

Nella satira 6 Orazio compie una apologia delle proprie umili origini, e torna sui meriti del padre, che pur essendo una persona di umili origini gli ha fatto impartire una educazione impeccabile (I, 6, vv. ):

Eppure se la mia indole, per il resto retta,
è intaccata solo da pochi
e trascurabili difetti,
come nèi che tu biasimassi in un corpo perfetto;
se nessuno in buona fede può rinfacciarmi
avidità, sordidezza o pratica di bordelli;
se io vivo, tanto da darmi lode,
immune da colpe e caro agli amici;
di tutto questo ha merito mio padre,
che, pur con le magre risorse
di un piccolo podere,
non solo non volle mandarmi alla scuola di Flavio,
che frequentavano,
con borse e taccuini sotto il braccio,
i figli illustri dei piú illustri centurioni,
pagando otto assi alle Idi d’ogni mese,
ma ebbe il coraggio di portarmi a Roma,
poco piú che fanciullo,
per farmi impartire quell’istruzione,
che cavalieri e senatori
fanno impartire ai propri figli.
Chi avesse osservato i vestiti
e gli schiavi al mio séguito,
come usa nelle grandi città,
avrebbe creduto che un patrimonio avito
mi permettesse quelle spese.
lui stesso, pedagogo impeccabile,
mi accompagnava da un maestro all’altro.
Che vuoi di piú? Col mio ritegno,
che è prima condizione di virtú,
mi tenne lontano non solo da ogni azione,
ma da ogni calunnia infamante,
senza temere che gli si ascrivesse a colpa,
se un giorno io banditore o, come lui, esattore
avessi dovuto tirare una paga un po’ magra;
né io mi sarei lamentato.
Ora per questo gli si deve lode
e gratitudine maggiore.
Mai avverrà, finché avrò senno,
ch’io mi vergogni di un simile padre,
e non cercherò scuse, come fanno tanti,
quando protestano che non è colpa loro
se non hanno genitori liberi e illustri.
Ben diverso dal loro
è il modo che ho d’esprimermi e di ragionare:
vero è che, se la natura permettesse
a una determinata età
di ripercorrere il tempo trascorso
e di scegliere nuovi genitori,
quali per propria vanità
ciascuno ambisse,
io, contento dei miei,
non vorrei attribuirmene altri,
neppure insigniti di fasci
o di seggi curuli;
fuori di senno a giudizio del volgo,
ma spero sano a quello tuo,
perché non vorrei proprio
addossarmi un peso molesto
a cui non sono avvezzo.

Dopo avere descritto la propria vita frugale, Orazio conclude il componimento con una ennesima esaltazione dei propri umili avi (I, 6, vv. ):

Questa è la vita di chi è libero
dal giogo e dall’angustia
dell’ambizione;
e questo mi consola,
certo di vivere meglio cosí
che se questore
fossero stati nonno, padre e zio.

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